Antikythira: un mese di inanellamento (e non solo) tra Egeo e Ionio

Testo e foto di Luca Bajno  

Quante volte, nella vita, capita di fare piani, fantasticare su viaggi, anticipare i tempi e organizzare viaggifuturi? Quante volte, al termine dell'estate, al termine di un'esperienza fuori, ci si lascia con un "Il prossimo anno, si va LÌ!"?Quante volte, poi, le promesse sfumano, i tempi si troncano mentre gli entusiasmi vengono spenti dal succedersi dei piccoli eventi dell'esistenza, quando il mondo rimane lì, immobile negli anni e a noi sembra sempre più grande ed irraggiungibile?

Innumerevoli. Incalcolabili. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza.

Capita però, fortunatamente, che il pigro e svogliato leggere le pagine dei social, porti gli occhi a soffermarsi di colpo su un "LÌ" di cui si era parlato e fantasticato anni prima, sepolto nel correre del tempo e improvvisamente riaffiorato tra i flutti della rete.

Così, un pomeriggio di dicembre di un paio di anni fa, mi è capitato di leggere un articolo su Facebook, condiviso da un amico, che pubblicizzava, per così dire, l'attività di volontariato sull'Isola di Antikythira, una piccola isola greca, per quanto riguarda le annuali attività di inanellamento a scopo scientifico e di monitoraggio dell'avifauna migratrice, portate avanti dalla Società Ornitologica Ellenica ed in partenza la primavera seguente.

"L'ho già sentita.". Davvero?

"Ma sì... non era quella dove saremmo dovuti andare...". Sì, era quella.

"Non stavamo iniziando a organizzare di...". Lo stavate facendo.

"Anni fa...". Sembra una vita.

"Ed era saltato tutto...".Era saltato tutto.

"Mi sa che dovresti andarci." Mi sa che ci vado.

In serata avevo già prenotato i biglietti aerei, quelli della nave e quelli degli autobus, le stanze in albergo ad Atene erano pronte per ospitarmi una volta che sarebbero passati i seguenti quattro mesi e la mia iscrizione era stata ufficializzata: per un mese, da aprile a maggio 2019, sarei rimasto ad Antikythira come collaboratore per il progetto di inanellamento.

Avevo già fatto qualche vacanza e qualche viaggio all'estero, ma questa sarebbe stata la mia prima esperienza al di fuori dell'Italia in cui sarei stato da solo, in cui avrei dovuto cavarmela tra lingue straniere e traslare quanto avessi imparato durante le mie esperienze naturalistiche (quasi sempre seguito da qualcuno più esperto) in un mondo per me tutto nuovo, in un ambiente nuovo, senza qualcuno che potesse mettere una pezza alla mia innata imbranataggine.

In un lampo mi sono trovato finalmente ad Atene, catapultato in quel traffico, in quei colori e in quei forti odori che impregnano il porto del Pireo, in attesa di salire, il giorno seguente, sulla nave che mi avrebbe portato, in dieci lunghissime ore, sulla piccola e sperduta Antikythira.

Il viaggio di andata, nonostante l'infinito tratto di mare che mi separava dalla mia meta, è passato in uno schiocco di dita: l'eccitazione e l'ansia di arrivare si sono presentate ad ogni istante, mentre il tempo scorreva ed io inseguivo berte e gabbiani da poppa a prua con il mio binocolo e la reflex al collo. Devo aver destato l'attenzione di diversi passeggeri con il mio irrequieto correre sul ponte e i miei sospiri di meraviglia ad ogni lontano puntino che volava tra la spuma delle onde, ad ogni salto delle stenelle che regolarmente affiancavano il traghetto. Anche il Comandante della nave mi ha notato: dopo avermi invitato a salire con lui nella cabina di comando, mi ha raccontato del viaggio della nave verso l'isola, di quanto sia tormentata la via che porta su quel grande scoglio (vi è una sola nave da e per Atene alla settimana, che spesso non può fare scalo su Antikythira per via della conformazione della cala del porto e dei forti venti che spesso spazzano l'isola), e mi ha lasciato una piccola chiave che apriva un malconcio cancelletto che portava sulla prua della nave perché "da davanti si vedono molti più uccelli, di solito, e molto più vicini".

Era quasi mezzanotte quando le fioche luci di Potamos hanno fatto capolino vibrando nell'oscurità senza fine del mare notturno: dopo mesi di attesa, finalmente, ero lì: Antikythira, poco a Nord di Creta, a metà tra il mar Ionio e il mar Egeo, poco più di uno scoglio con una manciata di abitanti, nessun albero e popolato da un esercito di capre semiselvatiche, sperduto nel Mediterraneo, che sarebbe stato la mia casa per un mese.

Un breve tragitto in macchina sulla malandata strada dell'isola mi ha accompagnato, tra sobbalzi e buche, fino alla casa dove noi volontari eravamo alloggiati: bianchissima, come da tradizione, arroccata sul versante roccioso della montagna che delimita la grande valle dell'isola. Dopo aver fatto un'assonnata conoscenza dei miei compagni volontari, coricato nel mio sacco a pelo nella piccola stanza della casetta, ero finalmente conscio che questa avventura era davvero iniziata.

La Società Ornitologica Ellenica organizza ogni anno, in primavera ed in tarda estate, l'equivalente dell'italiano "Progetto piccole isole": diverse stazioni di inanellamento a scopo scientifico vengono aperte sulle varie isole di passaggio degli uccelli migratori lungo la loro rotta di migrazione attraverso il Mediterraneo, su Antikythira è stato quindi organizzato un osservatorio ornitologico per coordinare ed attuare i diversi progetti legati agli studi ornitologici sui migratori che,ogni anno, dall'Africa, sorvolano Creta per tornare verso l'Europa.

Le reti per le catture sono posizionate in modo strategico sul fondovalle, spaziando tra diversi ambienti: dalla prateria all'orto che offre qualche arbusto di riparo agli uccelli, dalle nude rocce al piccolo uliveto sul versante opposto della valle.

La rotta migratoria che passa per l'isola non è certo una delle più trafficate, ma i numeri degli animali catturati sono andati aumentando fino alla fine di aprile: tempo (e soprattutto vento) permettendo, l'impianto rimane aperto dall'alba per sei ore, fino all'ora di pranzo. Durante il picco della migrazione, in quelle sei ore di cattura, sono stati presi in totale per le singole giornate anche più di trecento uccelli, soprattutto passeriformi, che trovano nella poca vegetazione dell'isola, un ottimo punto di ristoro dove riposare e cercare cibo, per poi riprendere il viaggio verso il continente.

La checklist delle specie catturate ed osservate presentava naturalmente differenze rispetto a quelle a cui ero abituato: le specie più mediterranee e tipiche dell'Est erano ovviamente più abbondanti che non nelle stazioni Italiane di pianura o alpine in cui collaboro da diversi anni, specie che non avevo mai visto prima (i cosiddetti "lifer") si sono fatte osservare e catturare in ogni mio giorno di permanenza: dalla bigia di Rüppell (Sylvia rueppelli) all'ortolano grigio (Emberiza caesia), dalla bigia padovana (Sylvia nisoria) alla balia caucasica (Ficedula semitorquata). Particolari i comportamenti delle averle capirosse (Lanius senator), sulle quali si stava svolgendo anche un progetto di radiotracking per quantificare il tempo di permanenza sull'isola: stazionavano su arbusti e staccionate nei pressi delle reti, per fiondarsi a predare i passeriformi intrappolati: ricordo le corse alle reti e le mani sanguinanti e doloranti per togliere questi piccoli assassini alati dalle nostre trappole. Questa specie di averla non è tra le più comuni da osservare in Italia, ma nei pressi della stazione di inanellamento di Antikythira, non c'era arbusto o alberello che non ne ospitasse almeno una, sempre vigile e sull'attenti, pronta a catapultarsi su lucertole, insetti e sventurati uccelli, troppo stanchi per poterle sfuggire.

Succiacapre (Caprimulgus europaeus), assioli (Otus scops), gruccioni (Merops apiaster), cuculi (Cuculus canorus) non mancavano mai, anche avendoli già visti nelle diverse stazioni italiane, ha sempre rappresentato un'emozione il vederli in mano, soprattutto in così grandi numeri.

L'isola di Antikythira ospita inoltre una tra le più popolose colonie di falco della regina (Falco eleonorae) del Mediterraneo: molto raro dalle nostre parti, durante il suo periodo riproduttivo in tarda estate (si tratta di una specie che nidifica tardi per poter predare proprio i piccoli passeriformi durante le loro migrazioni di ritorno tra agosto e settembre) sono stati contati infatti centinaia di individui. Anche questo elegante rapace è oggetto di studio: con reti posizionate sulle scogliere scoscese sull'altro capo dell'isola, in prossimità di una delle pochissime pozze di acqua dolce che affiorano e che sono sfruttate da questi uccelli, sono stati catturati alcuni individui e marcati con anelli colorati per un più "facile" riconoscimento.

Le giornate sull'isola scorrevano lente, ma inesorabili: la mattinata passata a correre alle reti e ad inanellare gli animali catturati, i pomeriggi divisi tra pulizia della casa, inserimento dei dati di cattura nel database e qualche ora libera, passata sonnecchiando al sole sulla veranda, con il binocolo di fianco, pronto ad essere sollevato al cielo al primo passaggio di qualche rapace. L'incessante vociare garrulo delle migliaia di gruccioni di passaggio era ormai una compagnia più che apprezzata ormai da tutti noi, persi tra la fatica e la meraviglia che quel lembo di roccia arido ed inospitale sperso tra i flutti blu e bianchi del mare ci offriva quotidianamente.

La compagnia era ottima, perfetta, multiculturale: durante la mia permanenza si sono alternati volontari provenienti da tutta Europa ed anche di più: da Israele agli Stati Uniti, Austria, Grecia, Regno Unito, Svezia, Spagna, Canada, Irlanda, ed io: un timido e impacciato Italiano, che cercava di unirsi al gruppo con abbondanti paste scotte e le mie solite tristi battute, per la prima volta in salsa internazionale.

Non sono mancate ovviamente le scarpinate in lungo ed in largo per l'isola: nonostante ogni sentiero ed ogni strada cercasse di strappare le suole delle scarpe con rocce affilate ed appuntite (e sì, sono arrivato con le scarpe nuove di negozio, che al termine del mese avevano buchi e strappi ovunque), la fatica di oltrepassare passaggi non segnati e scogliere esposte, i panorami che Antikythira aveva da offrire erano mozzafiato: pareti di roccia a picco sul mare, strade di terra rossa che si allungavano nel fondovalle erboso quasi a simulare un tratto di savana africana (con antilopi e gazzelle qui sostituite dalle immancabili capre), archi immensi di roccia che celavano piccole pozze d'acqua come fossero piscine su di una terrazza che dava sull'infinità del mare, un vasto altopiano nel quale si inseguivano i culbianchi (Oenanthe oenanthe) e le monachelle (Oenanthe hispanica), dove risuonavano fra le pareti di roccia il profondo gracchiare dei corvi imperiali (Corvus corax) e il rauco richiamo dei chukar (Alectoris chukar).

Ogni sera, dopo cena, si stilava la checklist della giornata, e non ricordo un solo giorno nel quale, alla fine di questa lunga lista, non abbia pensato tra me e me: "che figata!".

Ma questa figata doveva giungere ad un termine, prima o poi, così, dopo Pasqua (festeggiata una settimana dopo rispetto all'Italia, in quanto si festeggia la Pasqua Ortodossa), le ore degli ultimi giorni da isolano hanno cominciato a correre più velocemente, e in un battere d'occhio mi sono ritrovato sulla nave del ritorno (un paio di giorni prima del previsto, date le condizioni meteo: ho dovuto cambiare programma e passare un giorno a Creta, prima di ripartire per il Pireo), stanco, con le scarpe bucate e le mani piene di cicatrici, le orecchie bruciate e gli occhi rossi, un po' per colpa del sole, un po' per le lacrime che non volevano saperne di smettere di correre: l'isola, i suoi abitanti piumati, i miei compagni di avventura, erano ormai un puntino lontano e sfuocato, inghiottito nuovamente nel nulla dal quale erano sbucate quelle fioche luci la sera del mio arrivo.

L'anno precedente era stato per me uno dei peggiori mai vissuti, per diversi motivi, ma quella sera, seduto lì, sulla panca sgangherata ed incrostata di sale della nave che mi stava riportando sulla terraferma, dopo un mese vissuto a cavallo di due mari e di due continenti, con gli occhi gonfi e il respiro corto, ripensando ai saluti dati poche ore prima, un timido sorriso è riuscito ad allargarsi fra le lacrime, un pensiero illuminante e chiaro come il grido delle aquile che fino a qualche giorno prima riecheggiavano nel silenzio sopra le nostre teste: io sono felice.

Non voglio più farmi mancare esperienze naturalistiche, esplorative ed umane come quella vissuta tra l'aprile ed il maggio del 2019, anche se non so ancora dove "andrò il prossimo anno", anche se non so cosa mi riserverà il futuro, so bene che la strada Naturalistica è quella giusta, so che la stanchezza e la fatica che questo percorso comporta, saranno ben ricompensate con una vi(s)ta mozzafiato,rilassante ed ispiratrice, come i tramonti sulla piccola isola di Antikythira.