Cinque mesi sull’isola degli elefanti marini

10.12.2019

Sea Lion Island - Falkland

Testo e foto di Ambra Alderighi

Ottobre 2018: la partenza per quell'isola ai confini del mondo.

Prossima al mio ventiquattresimo anno, non ero mai stata fuori dall'Europa prima di allora, non mi ero mai allontanata da casa per più di una quindicina di giorni e l'unica esperienza di volontariato che avevo sperimentato negli anni precedenti fu una settimana in un centro italiano di recupero per le tartarughe marine. Esperienza quest'ultima che, per quanto carina ed interessante, non mi aveva soddisfatto come speravo e non rispondeva esattamente al mio concetto di lavoro volontario.

Era da tempo, infatti, che sentivo un forte bisogno di mettermi in gioco, di vivere un'esperienza che mi scuotesse e che mi aiutasse a capire se la strada che avevo intrapreso, coi miei studi di Scienze Naturali all'Università di Torino, fosse quella giusta o meno. Allora non avevo ancora stretto legami con ragazzi che, come me, non solo coltivassero la passione per la natura, ma che condividessero anche il mio stesso profondo desiderio di stare all'aria aperta e di toccare con mano quanto studiavamo. Per conto mio, difficilmente riuscivo a mettermi in azione,di rado riuscivo a trovare degli sbocchi che mi permettessero di dirigermi verso ciò che mi interessava o mi piaceva e che avrebbe potuto rendermi felice,fosse questo per paura, timore di non farcela o altro. La voglia di imparare, però, era tanta e questa si aggiungeva alla fervente necessità che sentivo di buttarmi in qualcosa che potesse finalmente sbloccarmi.

Per puro caso, a gennaio lessi un post pubblicato dall'Elephant Seal Research Group sulla pagina Facebook della Società Italiana di Scienze Naturali, in cui veniva illustrato il progetto di ricerca e venivano forniti i contatti a cui gli aspiranti volontari avrebbero potuto mandare la loro lettera di candidatura per la stagione 2018-2019. Oggetto dello studio erano gli elefanti marini del sud, le orche e gli stercorari delle Falklands. Decidendo di non dar troppo peso ai mille "se" e "ma" che mi affollarono i pensieri, spedii la lettera. A maggio venni chiamata a Milano per il colloquio frontale e attesi per mesi una risposta, positiva o negativa che fosse. Non avevo davvero idea di cosa significasse stare fuori casa così a lungo, non avevo esperienze precedenti di attività di campo - come scrissi sul CV che inviai, non possedevo conoscenze specifiche in merito alle attività di monitoraggio e raccolta dati, né avevo tantomeno esperienze di trekking in montagna che avrebbero potuto essermi d'aiuto per affrontare le difficili condizioni di lavoro e ambientali che avrei trovato lì sull'Isola dei Leoni Marini, a sud dell'intero arcipelago. A settembre, quando ormai mi ero rassegnata, ricevetti la conferma via mail. Un mese e mezzo dopo, partii per la mia avventura. Questa esperienza richiese un investimento non da poco, dovetti comprare tutto l'abbigliamento necessario ad affrontare il freddo e l'umiditàdel posto e un binocolo valido poiché i ricercatori non ne avevano a sufficienza per tutti i volontari. Il costo del volo, specialmente, non passò leggero sulle tasche della mia famiglia che, nonostante tutto, scelse di appoggiarmi in questa mia scelta. Dopotutto, non ero solita fare richieste dispendiose e mi consolai pensando che il costo della vita qui, tra riscaldamento, uscite con gli amici, allenamento e quant'altro sarebbe stato proporzionale a quanto stavo spendendo per andare laggiù dove, una volta arrivata, non avrei dovuto sostenere altri costi essendoci fornito vitto e alloggio dai ricercatori stessi: cibo in scatola a volte scaduto da qualche anno (ma non preoccupatevi, a Stanley lo vendono proprio nel supermercato) e un piccolo cabin per sei persone. Non ebbi problemi nella convivenza a stretto contatto con gli altri ragazzi, sebbene il mio fosse un inglese maccheronico riuscii abbastanza facilmente ad abituarmi a parlarlo, anche per radio quando comunicavamo sul campo, e non faticai a familiarizzare con l'essenzialità che ci avrebbe accompagnati nei cinque mesi a venire. Ebbi difficoltà, d'altro canto, ad instaurare un rapporto di cooperazione positiva e fiduciosa coi ricercatori, che sicuramente non ci resero semplici le prime settimane di vita a Sea Lion Island. Non che le dodici ore di lavoro sul campo giornaliere, ogni giorno della settimana eccetto per una metà mattinata di riposo (durante la quale dovevamo pulire il cabin, cucinare per la sera e il pranzo del giorno dopo e lavare la roba nella lavatrice che, fortunatamente, avevamo a disposizione assieme ai dipendenti cileni del lodge, unica struttura presente sull'isola oltre al cabin nostro e quello dei ricercatori), camminando una media di 22 km al giorno su un terreno che variava dalla spiaggia sabbiosa a quella di ciottoli coperti di alghe scivolose, scogliere battute dal vento, dune di sabbia e patch ti tussock denso, fossero state cose banali da affrontare. Eppure, era proprio ciò che cercavo... quella scossa di cui avevo bisogno per chiarirmi molti dubbi, personali e professionali. Al centro di tutto, però, c'è statala scoperta di un angolo di mondo davvero incredibile tanto era bello, col buono e cattivo tempo. Imparai ad monitorare gli elefanti marini del sud (censendoli giornalmente con conta, identificazione e mappatura di individui marcati, osservando il loro comportamento negli harem e quello dei mutanti, pesando gli svezzati e approcciandomi alla fase iniziale del processo per la modellizzazione 3Ddei crani), le orche (facendo fotoidentificazione, osservandone il comportamento e registrandone le attività) e gli stercorari (con un censimento settimanale delle coppie nidificanti). Immaginavo che stare a contatto con una realtà simile, abitata da animali come quelli, mi avrebbe lasciata abbagliata, ma non credevo di potermi perdere tanto in quegli occhi grandi e neri, nel nuoto potente di quelle pinne o nel volo leggero di quelle grandi ali.

Ebbene, se mi domandate se ho trovato ciò che cercavo, la risposta è sì. D'altro canto però, nuovi pensieri e nuove incertezze sono scaturite da questa avventura, assieme al desiderio di non farne solo una 'parentesi nella mia vita', come mi disse il mio amico Tom, ma piuttosto un punto di partenza per tracciare nuove rotte in direzione di esperienze affini. Conto di ripartire, infatti, non appena avrò portato a termine i due anni della magistrale in Biologia dell'Ambiente, piccola avventura attuale, da vivere tutta tra le meraviglie altrettanto belle della mia Torino.